Parkinson : Quaderno 30 -Quando il corpo ascolta: Parkinson, suono e libertà di movimento

 

Dal “devo muovermi” al “mi muovo nel suono”: quando il Parkinson incontra ascolto, ritmo e libertà



C’è una differenza sottile, ma importante, tra eseguire un movimento e sentirsi dentro un movimento.

Chi vive con il Parkinson può trovarsi a dedicare molta attenzione a gesti che un tempo avvenivano quasi automaticamente: iniziare un passo, spostare il peso, coordinare le braccia, mantenere una sequenza.

Da qui è nata una domanda che accompagna il mio lavoro nella Stimolazione Artistica Socio-Ricreativa, SASR:

Che cosa accade quando, invece di pensare continuamente “devo fare questo movimento”, la persona comincia ad ascoltare e a muoversi dentro un paesaggio sonoro?

Prima viene l’ascolto

Nei laboratori non parto necessariamente dal movimento.

A volte parto dal suono.

Si ascolta. Si respira. Si aspetta.

Poi può comparire un piccolo gesto: una mano che si apre, un braccio che cambia direzione, il tronco che accompagna ciò che si sta ascoltando.

Non c’è una coreografia da imparare e non c’è un movimento “giusto” da copiare.

Nelle esperienze descritte nel mio lavoro abbiamo utilizzato ascolto, respirazione naturale, piccoli movimenti, silenzio, disegno, improvvisazione da seduti, elastici e il lavoro ritmico PIN-PON.

Ed è proprio osservando queste attività che è emersa una questione interessante.

Quando il suono non dice esattamente cosa fare

Siamo abituati ad associare movimento e ritmo.

Uno, due.

Destra, sinistra.

PIN, PON.

Il lavoro SASR con PIN-PON utilizza proprio una struttura semplice, alternata e prevedibile. Dopo alcune ripetizioni la persona può intuire ciò che sta per arrivare e organizzare la propria risposta.

Ma cosa succede se eliminiamo questa prevedibilità?

Qui entra una delle esperienze più particolari che abbiamo sperimentato: la sonificazione dei segnali bioelettrici di una pianta.

È importante essere precisi.

Non significa che “la pianta suona”.

Un dispositivo rileva variazioni elettriche, le elabora e le converte in dati utilizzabili attraverso il sistema MIDI; un generatore sonoro trasforma poi questi dati nel suono che ascoltiamo.

Il risultato è molto diverso da un metronomo.

Il paesaggio sonoro può cambiare e non presenta necessariamente una pulsazione regolare. La persona può ascoltare un evento sonoro, aspettare, rispondergli con un gesto oppure continuare a muoversi senza sincronizzarsi con esso.

Ed è proprio questa imprevedibilità ad avermi interessato.

Un elastico, una sedia e la libertà di inventare

In alcune esperienze abbiamo lavorato seduti.

Il suono accompagnava una libera improvvisazione corporea.

Nessuno doveva “andare a tempo”.

Un elastico diventava uno strumento per esplorare apertura e chiusura, tensione e rilascio, vicino e lontano, direzione e ampiezza.

Quando l’elastico veniva condiviso, entrava in gioco anche un’altra dimensione: l’altro.

La tensione dell’elastico dipendeva improvvisamente da due persone. Il mio gesto modificava quello dell’altro e viceversa.

Il movimento diventava così anche relazione.

Poi siamo entrati nel dojo

Questa domanda è arrivata anche nei due incontri pilota dedicati a Parkinson e Aikido, realizzati con il Maestro Augusto Calvetti.

Non per “curare il Parkinson con l’Aikido”.

Abbiamo lavorato su qualcosa di molto concreto: equilibrio, spostamento del peso, percezione della perdita di equilibrio, protezione, caduta, movimento e relazione con il partner.

Nel secondo incontro abbiamo introdotto il paesaggio sonoro derivato dalla sonificazione vegetale durante tutta la pratica.

Ed è qui che ho osservato qualcosa che merita attenzione.

La persona sembrava meno concentrata sul pensiero:

“Devo eseguire correttamente questo esercizio.”

E appariva maggiormente disponibile a vivere il movimento con serenità.

È una osservazione, non una dimostrazione scientifica.

Non abbiamo utilizzato scale dell’ansia, misurazioni neurologiche o strumenti capaci di dimostrare che fosse stato il suono a produrre quella differenza.

Ma proprio per questo l’osservazione diventa una domanda.

Il cervello ascolta mentre il corpo si muove

La ricerca scientifica sul Parkinson ci dice che il rapporto tra stimoli uditivi e movimento è un campo importante.

Il cueing ritmico e la Rhythmic Auditory Stimulation sono stati studiati soprattutto in relazione al cammino. Anche il modo in cui dirigiamo l’attenzione, verso il corpo oppure verso un elemento esterno, può avere un ruolo nell’organizzazione del movimento.

Questo però non significa che possiamo trasferire automaticamente tali risultati alla sonificazione di una pianta.

Al momento non disponiamo di evidenze sufficienti per sostenere effetti clinici specifici della sonificazione bioelettrica vegetale nel Parkinson.

Ed è proprio qui che, secondo me, il lavoro diventa più interessante.

Non dobbiamo cercare di dimostrare qualcosa a tutti i costi.

Possiamo invece costruire una buona domanda.

E il caregiver?

Anche il caregiver può smettere, per un momento, di essere soltanto “chi aiuta”.

Può ascoltare.

Può muoversi.

Può prendere l’altro capo dell’elastico.

Può aspettare una risposta.

Può diventare semplicemente un’altra persona che partecipa alla stessa esperienza.

Nel lavoro SASR questo cambio di ruolo è particolarmente interessante da osservare: iniziativa reciproca, sguardo, alternanza, risposta al gesto dell’altro e movimento condiviso.

La domanda rimane aperta

Forse la questione più interessante non è:

“Quale musica fa bene al Parkinson?”

Potrebbe essere invece:

Quanto cambia il nostro modo di muoverci quando cambia il modo in cui ascoltiamo?

PIN-PON offre previsione.

Un ritmo regolare offre una struttura.

Un paesaggio sonoro variabile offre invece incertezza, attesa e possibilità.

Il prossimo passo potrebbe essere confrontare queste condizioni: silenzio, PIN-PON, musica ritmica strutturata e sonificazione bioelettrica vegetale.

Non per dimostrare che una pianta cura.

Non per trasformare la SASR in terapia.

Ma per continuare a osservare una cosa molto più semplice e, forse, molto più interessante:

il momento in cui il pensiero “devo muovermi” lascia spazio, anche solo per qualche istante, a “mi muovo nel suono”.

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