Parkinson : Quaderno 31 - Parkinson e mimo: cosa accade quando il gesto nasce dalla persona?

 

Quando il silenzio diventa gesto: Parkinson, mimo e memoria del movimento



Cosa succede quando togliamo la musica e lasciamo che siano lo sguardo, il silenzio e il corpo a raccontare una storia?

È da questa domanda che nasce una nuova esperienza nei laboratori di Stimolazione Artistica Socio-Ricreativa, SASR, con persone che vivono con Parkinson e caregiver.

Questa volta siamo partiti dal mimo e da La Création du monde di Marcel Marceau. Non per riprodurre la sua pantomima, ma per utilizzare la narrazione come punto di partenza per creare qualcosa di personale.

Una frase. Un'immagine. Un gesto.

Il procedimento è apparentemente semplice.

Il racconto viene diviso in brevi parti. Ogni partecipante riceve un frammento.

Leggo una parte della storia.

La persona ascolta.

Poi arriva la domanda più importante: come trasformeresti queste parole in un gesto?

Non mostro il movimento.

Non esiste un gesto corretto da copiare.

È la persona a inventarlo.

Una frase ascoltata deve diventare prima immagine e poi movimento: possono entrare in gioco le mani, le braccia, il tronco, lo sguardo, la direzione e lo spazio.

Poi accade qualcosa di interessante

Quando una persona ha creato il proprio gesto, gli altri la osservano.

E successivamente tutto il gruppo riproduce quel gesto.

Poi si passa alla persona successiva.

Ascolto.

Creazione.

Osservazione.

Imitazione.

A turno, ognuno diventa autore, esecutore, modello, osservatore e imitatore.

Il movimento non arriva soltanto da chi conduce il laboratorio.

Nasce dal gruppo.

Questo, per me, cambia profondamente l'esperienza.

Guardare prima di muoversi

Qui il lavoro artistico incontra una domanda neuroscientifica interessante.

La ricerca sull'Action Observation Training studia proprio la relazione fra osservazione di un'azione e successiva esecuzione. Esistono studi anche nelle persone con Parkinson.

Ma occorre evitare una scorciatoia molto diffusa.

Non possiamo semplicemente dire:

“Guardo un movimento, si attivano i neuroni specchio e quindi miglioro.”

La realtà scientifica è molto più complessa. Nell'essere umano è più corretto parlare di reti coinvolte nell'osservazione e nell'esecuzione delle azioni, la cui attività dipende anche dal gesto, dalla persona osservata e dal contesto.

E il laboratorio SASR non è Action Observation Training clinico.

La differenza è importante.

Nel nostro lavoro il gesto viene prima inventato dalla persona.

Poi viene osservato.

Infine viene imitato dagli altri.

E la musica?

Questa volta abbiamo scelto di non utilizzare una musica dominante.

Ma silenzio non significa assenza totale di suono.

Rimangono il respiro.

I passi.

Il fruscio degli abiti.

Il contatto con il pavimento.

Le pause.

I piccoli rumori della stanza.

Togliendo la musica, il gesto diventa più visibile.

Anche l'attesa acquista importanza.

Non sostengo che il silenzio produca un beneficio neurologico nel Parkinson: non abbiamo elementi scientifici per affermarlo.

Ma possiamo domandarci che cosa cambia nell'ascolto e nell'osservazione quando il movimento non è accompagnato continuamente dalla musica.

E il caregiver?

Anche qui il caregiver non rimane necessariamente seduto a guardare.

Entra nel gioco.

Ascolta.

Crea il proprio gesto.

Imita.

E viene imitato.

Per alcuni minuti non abbiamo più necessariamente una persona che aiuta e una persona che viene aiutata.

Abbiamo due persone che partecipano alla stessa esperienza.

Nel nostro lavoro non misuriamo una riduzione dello stress o del carico assistenziale. Osserviamo invece come cambia la relazione quando entrambi possono diventare, alternativamente, modello per l'altro.

La domanda più interessante arriverà dopo sette giorni

Il lavoro non finisce con il primo incontro.

Dopo circa una settimana torneremo sulla sequenza.

Un breve ripasso.

Poi proveremo a ricostruire i gesti uno dopo l'altro.

Che cosa sarà rimasto?

La persona ricorderà il gesto che aveva inventato?

Riconoscerà quello creato da un'altra persona?

Ricorderà quale viene prima e quale dopo?

Avrà bisogno della parola, dello sguardo o del gesto di un compagno per ritrovarlo?

Non possiamo ancora parlare di risultati sulla memoria: questa verifica deve essere osservata e documentata.

Ed è proprio questo il punto.

La SASR non deve dimostrare che il mimo cura il Parkinson.

Può però costruire situazioni nelle quali emergono domande nuove.

In questo caso la domanda è affascinante:

Che cosa resta, dopo una settimana, di un gesto che non abbiamo semplicemente imparato, ma che abbiamo creato, mostrato agli altri, visto ripetere dal gruppo e condiviso nel silenzio?

Commenti

Post popolari in questo blog

Parkinson e Grotte : Quaderno 24 : Che cosa può insegnarci il silenzio?

Giocoleria e Parkinson- Quaderno 17 : Il caregiver non assiste soltanto. Vive ogni giorno il viaggio insieme.

Meta Verso : Quaderno 35 - Togliere il visore: che cosa rimane?