Parkinson- Quaderno 29 - Didgeridoo, Launeddas e Parkinson: quando un suono apre una domanda scientifica

 

Il suono viene prima del “saper suonare”


Che cosa accade quando mettiamo uno strumento musicale nelle mani di una persona che non lo ha mai suonato?

Nei miei laboratori parto da una regola molto semplice: non chiedo di saper fare. Propongo di provare.

Non è importante sapere già suonare.

È importante avere la possibilità di vivere un’esperienza nuova, capace di generare curiosità, piacere, ascolto e partecipazione.

Prima viene l’esperienza.

Prendere lo strumento.

Sentirne il peso.

Preparare il respiro.

Appoggiare le labbra.

Soffiare.

Cercare un suono.

Ascoltarlo.

E poi riprovare.

Dal respiro nasce il suono

Nei miei laboratori di Stimolazione Artistica Socio-Ricreativa il respiro attraversa molte attività.

Lo incontriamo nel canto, nella voce, negli esercizi teatrali ad alta voce, nel ritmo, nel movimento e nel lavoro dedicato alla deglutizione.

Il suono e il ritmo diventano così un filo conduttore tra corpo, respiro, movimento, ascolto e silenzio.

Da musicista, negli ultimi anni ho iniziato ad approfondire personalmente anche gli strumenti a fiato.

Tra questi flauti dolci, Xiao, euphonium in SI bemolle e genis in Mi bemolle.

Sto inoltre studiando la respirazione circolare, non per trasformarla in una tecnica terapeutica, ma per comprenderla attraverso l'esperienza musicale: ottenere maggiore continuità del suono e conoscere meglio il rapporto tra respirazione, diaframma e gesto musicale.

Nereo, il didgeridoo e una domanda inattesa

Poi un giorno accade qualcosa.

Nereo vive con il Parkinson, ama profondamente la musica, possiede un buon orecchio musicale e una notevole facilità di lettura.

Arriva al laboratorio con un didgeridoo.

Lo ascoltiamo.

Mentre suona noto qualcosa che attira immediatamente la mia attenzione: Nereo utilizza con apparente naturalezza la respirazione circolare.

Il didgeridoo richiede infatti una particolare gestione del flusso d'aria che permette al musicista esperto di mantenere il suono mentre riprende aria attraverso il naso.

Da quell'osservazione nasce una domanda che considero molto più interessante di una risposta affrettata:

che cosa sappiamo realmente della respirazione circolare nelle persone che vivono con il Parkinson?

E soprattutto:

che cosa non sappiamo ancora?

Dal didgeridoo alle launeddas

La questione diventa ancora più affascinante se allarghiamo lo sguardo.

La respirazione circolare non appartiene soltanto alla tradizione del didgeridoo australiano.

Anche in Italia esiste un antichissimo strumento nel quale la continuità del fiato è fondamentale: le launeddas della Sardegna.

Tre canne, un suono continuo e una tecnica respiratoria sviluppata all'interno di una cultura musicalmente e geograficamente lontanissima da quella aborigena australiana.

Didgeridoo e launeddas non sono strumenti equivalenti e non sarebbe scientificamente corretto sostenere collegamenti storici senza prove.

Ma proprio questa distanza apre una domanda straordinaria.

Come hanno potuto culture separate da migliaia di chilometri sviluppare strategie respiratorie capaci di rispondere alla stessa esigenza musicale: non interrompere il suono?

Questo meriterà un prossimo Quaderno.

Taka Banda: da ascoltatori a musicisti

Da queste esperienze è nato anche Taka Banda.

L'idea è semplice: permettere alle persone del gruppo di avvicinarsi agli strumenti senza chiedere loro una competenza musicale precedente.

Tromba ed euphonium diventano occasioni per soffiare, produrre un suono, sentirne la vibrazione e scoprirne il timbro.

Nereo, in questo contesto, porta un'esperienza ulteriore: suona il sax tenore in Si bemolle e il didgeridoo.

La persona che normalmente viene considerata ascoltatore diventa così protagonista dell'esperienza sonora.

Non importa se il primo suono è bello.

Importa che sia suo.

Un'osservazione non è una dimostrazione

È necessario essere molto chiari.

L'esperienza di Nereo non dimostra che la respirazione circolare produca benefici nel Parkinson.

Non sarebbe corretto sostenerlo.

Ma un'osservazione può generare una domanda.

E una buona domanda può diventare il punto di partenza di una ricerca.

Il mio interesse nasce esattamente qui: osservare ciò che accade nei laboratori, documentarlo e metterlo in relazione con ciò che la ricerca scientifica già conosce.

Forse la domanda non è:

“La respirazione circolare fa bene al Parkinson?”

La domanda più corretta potrebbe essere:

“Che cosa accade alla respirazione, alla voce, all'attenzione e alla coordinazione quando una persona che vive con il Parkinson impara a mantenere intenzionalmente la continuità del suono?”

È una domanda aperta.

Ed è proprio per questo che merita di essere studiata.

Nota bene: le esperienze descritte hanno carattere artistico, socio-ricreativo e osservativo. Non vengono presentate come terapia o trattamento della malattia di Parkinson.

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